E non facciamoci riconoscere

Piero Pisarra | novembre 23rd, 2010 - 19:13

«L’Italia non è mai stata così rispettata all’estero», dicono i turiferari del berlusconismo. Ma quali giornali leggono? Da chi si informano? Se non fosse propaganda o, nella migliore delle ipotesi, provincialismo rassicurante, sarebbe l’ennesimo caso di sindrome dello struzzo.

Si veda l’esempio francese: non c’è un giornale – dal gauchiste Libération al conservatore Le Figaro – che difenda o giustifichi le frasques, come le chiamano qui, del signor B. E perfino la radio all news del servizio pubblico, France Info, elenca oggi, a proposito del nostro governo, una serie di definizioni che farebbero venire al serafico Bondi un coccolone. Ma non diteglielo: non vorremmo che dopo le case di Pompei crollasse anche il ministro.

Caso Mondadori. Le matrioske di Battista

Piero Pisarra | settembre 4th, 2010 - 22:48

Tra gli ineffabili scrivani del terzismo (né di qua né di là, ma guai a chi tocca Silvio), Pierluigi Battista merita il Leone d’oro alla carriera. Non soltanto per la voce chioccia e il similromanesco di chi è proprio incapace di pronunciare la parola «proprio» e infatti dice «propro», ma per la tenacia con cui dà colpi al classico cerchio e alla povera botte, ormai inadatta a contenere qualsiasi vinello, figurarsi l’aceto delle polemiche giornalistiche.

Il Battista, dunque, anzi «propro» lui, se la prende con Vito Mancuso, colpevole di ipocrisia  per aver annunciato urbi et orbi che non pubblicherà più nulla con la Mondadori, ma non da subito: dopo il prossimo libro, già pronto.

Eh no, salta il carpentiere di via Solferino: «se si dice come lo scrivano di Melville “preferirei di no”, allora deve essere un no vero, un no incondizionato». Non si può fare come Mancuso che, di fronte alle leggi ad aziendam (quelle fatte per favorire la Mondadori di proprietà del signor B), scopre in ritardo il conflitto di interessi. E poi, conclude Battista, «l’etica è meglio praticarla lontano dalle luci dei riflettori, altrimenti è come la beneficenza dei ricchi che la ostentano: inautentica. Insomma, un’ipocrisia».

Curioso argomento, trattandosi di libri. E di case editrici multinazionali che non si rivolgono a una piccola congrega di lettori, che non diffondono sottobanco samizdat in medio-ugaritico o in accadico superiore, ma che pubblicano (pubblicano, appunto) testi per il maggior numero di destinatari. Loro pubblicano (pubblicano, appunto). E tu, zitto. Se hai qualche dubbio, se non vuoi scrivere di etica là dove l’etica non sembra più di casa, se non vuoi più associare il tuo nome a un editore che negli affari – e nel governo del Paese – si comporta come «la reincarnazione di Mackie Messer» (Battista dixit), parlane con il tuo confessore (meglio se di nome Verzè, ma anche Camisasca e Fisichella vanno bene). E basta. Perché l’etica sarà pure come una matrioska («c’è sempre un dilemma etico ulteriore ancora più tortuoso e incandescente di quello precedente»), ma vuoi mettere il fascino della fisarmonica? O del bandoneon che accompagna in sordina la milonga del tuo rovello di coscienza, prima del tango e della serenata – sempre più alla moda in via Solferino – in omaggio al signor B?

Sondaggi. Il paradiso può attendere

Piero Pisarra | agosto 9th, 2010 - 00:01

Che cosa resta del paradiso? Quali sogni? Quali immagini? Che cosa resta di quella geografia dell’aldilà che per secoli ha alimentato le speranze dei credenti e i desideri di riscatto della povera gente?

Poca cosa, a giudicare dal sondaggio che il settimanale francese La Vie pubblica in questi giorni. Anche tra i cattolici, soltanto quarantaquattro su cento dicono di credere alla sua esistenza: insomma, l’ufficio dell’escatologia – come lo chiamava H. U. von Balthasar – non è ancora vuoto, ma non c’è nessuna ressa e nessuno si fa largo a spintoni per un timbro sul passaporto. Per fortuna, la percentuale di coloro che credono alla beatitudine eterna sale a settantanove tra i praticanti regolari: segno che il buon vecchio catechismo forse serve ancora a qualcosa.

Ma se il paradiso c’è, cos’è?

Per sessantasei persone su cento, è il regno dell’amore, in cui riabbracciare gli esseri più cari e godere della pace eterna. Per trentatré su cento, è la fine di ogni sofferenza, il luogo della felicità perfetta. Al terzo posto troviamo l’idea della ricompensa per coloro che hanno agito bene su questa terra e la consolazione degli afflitti. E al quarto, l’incontro con Dio (19%; 31% tra i praticanti regolari).

In coda alla classifica, il sogno dell’eterna giovinezza (10%) e il potere di soddisfare ogni desiderio (6%).

Sarà la crisi, sarà la durezza dei tempi, ma le risposte sembrano fin troppo ragionevoli. All’elisir di lunga vita e alle belle Uri la maggioranza preferisce i valori più solidi, gli investimenti senza rischio: non soltanto l’ufficio dell’escatologia è poco affollato, ma allo sportello non c’è nessun Madoff, nessun venditore di sogni a poco prezzo (per quelli basta accendere la televisione).

Vai al sito de La Vie

Foto di copertina: Wilfrid Duzan.

Scoop del Corriere. La laurea in filosofia di Adelaide Cicconi

Piero Pisarra | luglio 21st, 2010 - 17:13

Quando si dice il senso della notizia. Il Corriere della Sera dà oggi ampio risalto in prima pagina alla laurea in filosofia di Adelaide Cicconi. Titolo: «Non lavorerò nelle aziende di famiglia. Forse andrò a studiare all’estero». Non c’è dubbio: è uno scoop. Al giornale che fu di Albertini sanno cosa vuol dire gerarchia delle notizie, che cosa merita la prima pagina e che cosa no. Oggi, per esempio, tocca alla pillola del sesso («Viagra, giù il prezzo») e a una sconvolgente rivelazione («Partecipai al Grande fratello ed ero malato di schizofrenia»). Altro che telegiornali rosa: questo è costume con la «C» maiuscola, anzi – diciamolo in francese: è più chic – è l’air du temps, lo spirito del tempo, lo zeitgeist. Imparino gli aspiranti giornalisti: la foto centrale dedicata alla sconosciuta Adelaide Cicconi è un colpo da maestro. Ecco come si trasforma una non-notizia in evento epocale. Anche gli anonimi hanno diritto alla gloria e agli onori della cronaca rosa: quella nera – omicidi, stupri, violenze – non basta più.

Anonimi? Temiamo di aver letto male. La laurea con centodieci e lode non è di Adelaide Cicconi: è di Barbara Berlusconi. E all’evento il Corriere dedica un pagina intera, più che all’ultimo premio Nobel di medicina. Ma chi osa negare il valore scientifico della neo-laureata? In via Solferino, al giornale che fu di Albertini e di Barzini, di Montanelli e Biagi, sanno il fatto loro. Altro che Adelaide Cicconi. Altro che cronaca rosa. Questa è politica. Di alto profilo. E forse ci scappa pure la polemica. Che cosa vuol dire la neo-dottoressa con quel: «Forse andrò a studiare all’estero»? Non è che dà ragione al disfattista Pierluigi Celli che dalle colonne di Repubblica un anno fa aveva scatenato un putiferio invitando i giovani ad andare all’estero? E il papà cosa dice?

Aspettiamo con impazienza gli editoriali di Pierluigi Battista e di Sergio Romano. Gli scoop non basta farli, poi bisogna commentarli, analizzarli, vivisezionarli. E qui c’è materia per altri quindici giorni. Sul Corriere, naturalmente. Il giornale che fu di Albertini e di Barzini…

Piero Pisarra

Internet. Attenti al mood

Piero Pisarra | giugno 27th, 2010 - 17:40

Rilassatevi e sorridete. L’aria serena di questa bella e tranquilla giornata di sole dovrebbe indurvi ad affrontare la vita con animo gioioso. Se scrivere è il vostro mestiere, infischiatevene di Karl Kraus e delle sue massime: «il sostantivo è la testa, il verbo il piede, l’aggettivo sono le mani. I giornalisti scrivono con le mani». Voi, invece, non abbiate paura di usare le mani. Moltiplicate gli aggettivi, specie se positivi, allegri, dinamici, divertenti, piacevoli, spassosi, brillanti… e via saccheggiando il dizionario dei sinonimi. Ne va del vostro mood. Già perché ciò conta ormai non è il karma, bensì il mood, l’ultima trovata del web. Anche siti seri e ben fatti come liquida.it lo hanno adottato. Così può capitare che accanto ai vostri articoli appaia la faccia rossa di un omino accigliato a indicare che il vostro mood è «very bad» o un volto giallo e sorridente per dire che invece è «very good».

Ecco come funziona: «la nostra analisi semantica analizza gli aggettivi positivi e negativi, opportunamente pesati, presenti nell’articolo misurando la componente emotiva del testo e dunque il punto di vista dell’autore nei confronti del tema trattato». Ahi! Che la componente emotiva del testo esprima il punto di vista dell’autore è tutto da dimostrare. E che ne è dell’ironia, dell’eufemismo, della litote?

Come si sa, i computer sono stupidi. Quasi quanto alcuni loro utilizzatori. Non sanno distinguere – et pour cause – tra senso letterale e senso figurato, tra la negazione che afferma, come nel caso della litote («non mi pare una trovata così intelligente») e la negazione pura e semplice. Quanto poi a distinguere tra la realtà e la fantasia… Prendete di nuovo il caso di liquida.it: nel mio post sull’ultimo libro di Don DeLillo, il setaccio elettronico confonde allegramente personaggi reali (Teilhard de Chardin, Alfred Hitchcock) e di finzione (Jim Finley), inserendo tutti nella stessa categoria «people».

Conclusione: very, very bad. Ma scommettiamo che accanto all’articolo che state leggendo troverete l’indicazione very good?

P.S. Sì, ho barato, ma sono ugualmente felice, contento, festoso, ottimista per il futuro del web.

Aggiunto due ore dopo: l’omino del very good è comparso come previsto nella segnalazione di liquida.it.

È l’Islanda, bellezza!

Piero Pisarra | giugno 19th, 2010 - 23:07

Sarà pure inospitale, con i suoi vulcani dai nomi impronunciabili. Avrà pure un clima freddo e una natura selvaggia. Ma l’Islanda si appresta a diventare la prima terra franca dell’era telematica, il rifugio di giornalisti scomodi, di cronisti d’assalto e di webmaster non graditi dal governo di casa propria. Una “risoluzione” di iniziativa parlamentare, approvata all’unanimità, fa del piccolo Paese la terra d’asilo della libertà di informazione, l’anti-Berlusconia, insomma. Altro che leggi-bavaglio. L’Islanda si impegna a difendere e a proteggere il giornalismo di investigazione, le voci di chi canta fuori dal coro. Con una iniziativa tanto semplice quanto la legge dei vari Al-Fano e Al-Ghedin è cavillosa (vedi i dettagli qui).

Prevedibile l’ironia dei signor B e dei suoi accoliti: l’Islanda come terra promessa dei soliti catto-comunisti che ancora rimpiangono le nevi moscovite d’antan. Ma, dovendo scegliere, è sempre meglio Reykjavík dell’orrendo parco-giochi sognato dai berluscones per l’Italia.

Sullo stesso argomento leggi il bel post di Pino Bruno sul suo blog.

Pietro Pisarra

Com’è nuova la vecchia televisione

Piero Pisarra | giugno 7th, 2010 - 21:55

Vecchia televisione, si dirà. Eppure, com’è nuova questa vecchia televisione.

Ascoltare Carlo Fruttero e Pietro Citati discorrere come ai tempi dell’Approdo (anno di grazia 1965) in uno speciale Che tempo che fa era felicità pura*. E perfino Fazio gigioneggiava meno del solito. Forse il giochino delle quattro o cinque cose, quattro o cinque ricordi, quattro o cinque libri da salvare era un po’ scontato. Però… però Fazio è bravissimo, anche quando si mostra fin troppo ossequioso e impacciato. Bravissimo nell’uso della madeleine, nella fattispecie una vecchia scatola delle sigarette Turmac, e nel far emergere sensazioni dimenticate. Bravo nelle formule lapidarie che strappa agli intervistati o nella mescolanza di alto e basso: Voltaire e Dostoevskij con il fritto di paranza.

Senza il turpiloquio scatologico di madamina Littizzetto, non deve neppure fingere di essere a disagio. E così si abbandona al gioco, applicando lo schema di Georges Perec (Je me souviens…) alle regole del piccole schermo.

Vecchia televisione anche quella di Milena Gabanelli. Vecchio, solido giornalismo di inchiesta. Come non se ne vede più da nessuna parte. E si capisce che il signor B e i suoi accoliti vogliano cancellarla. La Gabanelli e i suoi collaboratori, nella riserva indiana di Raitre, fanno ciò che un servizio pubblico degno di questo nome dovrebbe fare. E che non fa più, per pigrizia, per cialtronaggine o per vigliaccheria. Con Riccardo Iacona, Francesca Barzini e pochi altri, la Gabanelli non rinuncia al giornalismo scomodo (quello vero). A costo di collezionare grane e processi. E sfidando l’auditel con un documentario da oscar come quello di ieri (domenica, 7 giugno) sulla repressione del dissenso in Birmania.

Vecchia, anzi nuovissima televisione.

* L’occasione era l’uscita delle memorie di C. Fruttero, Mutandine di chiffon, Mondadori.

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Paolo Giuntella. Ultime notizie dall’osteria del Vecchio di Israele

Piero Pisarra | maggio 23rd, 2010 - 17:41

E Merton? Si finiva sempre con Merton nelle lunghe chiacchierate in una libreria romana o per le strade di Parigi, davanti al negozietto che gli avrebbe suggerito il titolo di un suo libro, La charrue et les étoiles, l’aratro e le stelle. Parlavamo di Merton e di Dorothy Day, di Chesterton e di Flann O’ Brien, di La Pira e di Balducci.

E Paolo? Cosa avrebbe detto Paolo, viene da chiedersi sempre più spesso tra amici. Cosa avrebbe fatto Paolo in questi tempi di informazione asservita, di notizie censurate e di leggi-bavaglio?

Paolo Giuntella era un personaggio di Chesterton, come il giudice Basil che agli imputati gridava: «procuratevi un’anima nuova; quella che avete non vale neppure per i cani». Era un uomo libero e un cristiano autentico. Mistico e poeta. Amava la fede dei giullari e dei folli in Cristo: quella degli anarco-conservatori agostiniani e rivoluzionari, come i personaggi di O’Brien.

Era cresciuto negli anni del Concilio e delle grandi speranze, tra scout e Azione cattolica, ma senza mai perdere di vista il valore della laicità. Provvidenziale per la scelta della sua professione – così raccontava – fu il libro di un grande intellettuale cattolico, Joseph Folliet: Tu sarai giornalista (1961). Ma di Folliet Paolo amava anche la spiritualità della strada, quella di Benoît Labre e dei viandanti di Dio.

Scriveva da maestro di politica e di letteratura, di arte e di cinema, di storia e di teologia. E con la stessa naturalezza passava dal corsivo di poche righe al saggio, dall’articolo di costume ai racconti in cui metteva in scena popolani e artigiani della sua Roma, aristocratici dello spirito e vecchia borghesia intellettuale.

Fu l’inventore di un genere, il cattolico-picaresco, con i personaggi  che frequentano pub affumicati, vecchie osterie, monasteri antichi, in una gioiosa jam-session, tra negro spirituals e brani di Messiaen.

Ora, a due anni dalla morte, nell’osteria del Vecchio di Israele, alza il calice «con gli osti scelti tra i giusti e i santi di ogni popolo», mentre Dio suona il sax. E noi continuiamo a pensare alla sua lezione e a chiederci: e Paolo? Cosa avrebbe detto Paolo?

Martedi 25 maggio, alle ore 18, al Teatro San Genesio di Roma, pensieri, parole, vino e musica per ricordare Paolo Giuntella.
Leggi la biografia di Paolo su Wikipedia

Micromega e l’illuminismo da operetta

Piero Pisarra | maggio 3rd, 2010 - 18:15

«La Sindone esposta in questi giorni a Torino è un falso», scrive Paolo Flores d’Arcais sull’ultimo numero di Micromega. «O meglio, è un vero telo di lino di produzione medioevale, ed è vero – al di là di ogni ragionevole dubbio – che non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con il corpo di un profeta ebraico itinerante in Galilea ai tempi dell’imperatore Tiberio».

Lasciamo da parte la fede incrollabile dell’autore che trapela dall’espressione «al di là di ogni ragionevole dubbio», stendiamo il classico velo (una moderna sindone?) sull’avverbio «pervicacemente» che nel seguito dell’articolo, come sempre in Flores, designa le malefatte degli avversari. Quasi tutte le argomentazioni del direttore di Micromega sono giuste: è tutto noto e arcinoto. Ma allora che cosa stride?

Il tono apocalittico, da battaglia cosmica, Gog e Magog. Davvero Flores crede che i cristiani siano così oscurantisti da venerare un «autentico falso», a dispetto di tutte le prove scientifiche? O che siano improvvisamente diventati feticisti?

Il fatto è che quel telo non aggiunge e non toglie nulla alla loro fede. È semplicemente il segno della fede di altri che lo hanno venerato nei secoli, facendo così memoria di «un profeta itinerante in Galilea ai tempi di Tiberio». La Sindone è per essi un’icona. Che sia vera o falsa è un’altra storia. E non c’è bisogno di suonare ogni volta la tromba del Terzo Cavalleggeri per la battaglia definitiva contro le tenebre del clericalismo.

P.S. Nelle sue battaglie civili, Flores ha quasi sempre ragione, ma forse i toni da giudizio finale o da ordalia non sono proprio in linea con la migliore tradizione illuministica, che invece raccomanda anche nelle polemiche la sprezzatura e l’understatement. O no?

Tutta la Bibbia nelle domeniche di Radio3

Piero Pisarra | aprile 30th, 2010 - 12:49

«I cattolici rispettano talmente la Bibbia da starsene il più possibile alla larga», diceva Paul Claudel.

Il poeta scriveva negli Anni ’30, quando la Bibbia era un oggetto misterioso per la stragrande maggioranza dei credenti oppure un testo da affrontare con cautela, perché zeppo di insidie. Da almeno cinquant’anni, dalla rivoluzione copernicana del Concilio, non è più così. La Bibbia è tornata al centro delle comunità cristiane, dappertutto fioriscono gruppi di lettura e atelier della Parola. E l’esegesi si è arricchita di nuove conoscenze, di nuovi metodi. L’analfabetismo biblico mal si concilia, insomma, con una fede consapevole. Eppure il Grande Codice resta per molti, anche all’interno dei recinti ecclesiastici, un Ufo, un testo cui accostarsi con timore e tremore. Per non parlare di quanti, nel mondo «laico», vedono nelle pagine della Bibbia l’espressione di una cultura arcaica, un deposito di simboli difficili da decifrare, e nulla di più.

In questo contesto può sembrare temeraria l’iniziativa di Uomini e profeti, la trasmissione di Radio3 a cura di Gabriella Caramore: una lettura completa della Bibbia, dal libro della Genesi all’Apocalisse. Lettura commentata da studiosi autorevoli (Enzo Bianchi, Benedetto Carucci Viterbi, Daniele Garrone, Fulvio Ferrario, Jean-Louis Ska, Stefano Levi della Torre…), da filosofi (Salvatore Natoli), da narratori (Erri De Luca). E aperta alla molteplicità delle interpretazioni, da quelle confessionali a quelle rigorosamente «laiche». Siamo per ora alle prime battute (la creazione, la cacciata dal giardino, il diluvio, Abramo, Isacco, la torre di Babele…), ma già si può indovinare l’esito dell’impresa: la bravura di Gabriella Caramore e la sua capacità di spaziare dalla teologia alla filosofia e alla storia delle idee tout court fanno di questo appuntamento domenicale – quale che sia l’ospite intervistato – un momento prezioso. Senza mai prevaricare, la curatrice fa emergere ogni volta una riflessione inattesa, una interpretazione possibile, guidando gli ascoltatori nella foresta del testo. E se con qualche ospite si sfiora il rischio della sovrainterpretazione, se la coerenza interna del testo non sempre mette al riparo dall’eccesso interpretativo o da interpretazioni chiaramente infondate e insostenibili,  il piacere e l’interesse della lettura (dovrei dire «dell’ascolto») non vengono mai meno.
Vai al sito di Uomini e profeti.