Tutta la Bibbia nelle domeniche di Radio3

Piero Pisarra | aprile 30th, 2010 - 12:49

«I cattolici rispettano talmente la Bibbia da starsene il più possibile alla larga», diceva Paul Claudel.

Il poeta scriveva negli Anni ’30, quando la Bibbia era un oggetto misterioso per la stragrande maggioranza dei credenti oppure un testo da affrontare con cautela, perché zeppo di insidie. Da almeno cinquant’anni, dalla rivoluzione copernicana del Concilio, non è più così. La Bibbia è tornata al centro delle comunità cristiane, dappertutto fioriscono gruppi di lettura e atelier della Parola. E l’esegesi si è arricchita di nuove conoscenze, di nuovi metodi. L’analfabetismo biblico mal si concilia, insomma, con una fede consapevole. Eppure il Grande Codice resta per molti, anche all’interno dei recinti ecclesiastici, un Ufo, un testo cui accostarsi con timore e tremore. Per non parlare di quanti, nel mondo «laico», vedono nelle pagine della Bibbia l’espressione di una cultura arcaica, un deposito di simboli difficili da decifrare, e nulla di più.

In questo contesto può sembrare temeraria l’iniziativa di Uomini e profeti, la trasmissione di Radio3 a cura di Gabriella Caramore: una lettura completa della Bibbia, dal libro della Genesi all’Apocalisse. Lettura commentata da studiosi autorevoli (Enzo Bianchi, Benedetto Carucci Viterbi, Daniele Garrone, Fulvio Ferrario, Jean-Louis Ska, Stefano Levi della Torre…), da filosofi (Salvatore Natoli), da narratori (Erri De Luca). E aperta alla molteplicità delle interpretazioni, da quelle confessionali a quelle rigorosamente «laiche». Siamo per ora alle prime battute (la creazione, la cacciata dal giardino, il diluvio, Abramo, Isacco, la torre di Babele…), ma già si può indovinare l’esito dell’impresa: la bravura di Gabriella Caramore e la sua capacità di spaziare dalla teologia alla filosofia e alla storia delle idee tout court fanno di questo appuntamento domenicale – quale che sia l’ospite intervistato – un momento prezioso. Senza mai prevaricare, la curatrice fa emergere ogni volta una riflessione inattesa, una interpretazione possibile, guidando gli ascoltatori nella foresta del testo. E se con qualche ospite si sfiora il rischio della sovrainterpretazione, se la coerenza interna del testo non sempre mette al riparo dall’eccesso interpretativo o da interpretazioni chiaramente infondate e insostenibili,  il piacere e l’interesse della lettura (dovrei dire «dell’ascolto») non vengono mai meno.
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La saggezza dei giorni secondo Enzo Bianchi

Piero Pisarra | dicembre 22nd, 2008 - 13:07

Il priore della Comunità di Bose ha scritto il suo De senectute, ricordi del tempo che fu, le ore e i giorni di un mondo contadino ormai scomparso. Bisognerebbe ascoltare queste pagine dalla sua voce rocciosa per assaporarne tutta la bellezza. Con la “erre” che stride e le parole che schioccano come colpi di frusta.Bianchi2

BianchiIl pane di ieri (Einaudi, 2008, pp. 124) non è soltanto una bella meditazione sull’essenziale o sulle cose di cui non cogliamo più il valore, l’olio, il pane, il vino. È una liturgia laica in cui risuonano gli echi, le salmodie antiche, i proverbi che la modernità televisiva ha spazzato via. Ed è il racconto di un apprendistato, perché «contare i giorni diventa un’arte, una maestria, a volte una fatica, un esercizio indispensabile». Un’arte che nelle pagine di Bianchi si nutre della speranza cristiana, mai consolatoria a buon mercato perché sempre percorsa e vivificata dall’ombra del dubbio.